Agrigento Capitale della Cultura 2025: il sipario cala su un’occasione sprecata
Il sipario è calato al Teatro Luigi Pirandello sul passaggio di testimone tra Agrigento e L’Aquila, ma l’immagine che resterà impressa non è quella della festa, bensì quella di una platea semivuota. Una fotografia che vale più di mille parole e che sintetizza il senso di un anno che avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta per Agrigento e che invece si chiude come una grande occasione sprecata.
Eppure, l’obiettivo di conquistare il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2025 era stato raggiunto grazie a uno sforzo concreto, frutto di un lavoro lungo, certosino e determinato. Un lavoro che porta nomi e cognomi: quello dell’allora assessore comunale alla Cultura, Costantino Ciulla, e del deputato nazionale Calogero Pisano, protagonisti di una fase di progettazione e di costruzione del dossier che aveva restituito ad Agrigento una credibilità nazionale e una possibilità storica di rilancio.
Ma il titolo, da solo, non basta. Trasformare un riconoscimento in sviluppo reale richiede visione politica, capacità amministrativa, coesione istituzionale. Ed è proprio qui che la città si è fermata. Il sindaco e l’amministrazione comunale non sono stati capaci di trasformare quell’irripetibile occasione in un vero processo di crescita culturale, sociale ed economica. Agrigento esce dal 2025 con le “ossa rotte”, più stanca e disillusa di prima, testimoniando l’incapacità gestionale di una politica che ha preferito alimentare divisioni e contrasti anziché lavorare in modo armonioso per il bene della città.
La gestione di Agrigento Capitale della Cultura è stata segnata da improvvisazione, ritardi, eventi scollegati dal territorio e da una partecipazione cittadina sempre più debole. Molti progetti del dossier non sono mai partiti o sono stati ridimensionati, mentre altri si sono risolti in iniziative effimere, prive di eredità e di impatto duraturo. Il tutto certificato anche dalla Corte dei Conti, che ha parlato di obiettivi a rischio e di benefici concreti quasi inesistenti per il territorio.
Emblematica, in questo contesto, è la revoca dell’incarico all’assessore Costantino Ciulla. Una decisione che, col senno di poi, appare come il segnale più chiaro di una politica incapace di valorizzare competenze e risultati. Il lavoro svolto e i traguardi raggiunti da Ciulla probabilmente davano fastidio a una parte della classe dirigente, più concentrata sulle proprie ambizioni personali che su un progetto collettivo per Agrigento. Una politica che, anziché fare squadra, ha scelto di indebolire se stessa e la città.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un anno che non ha lasciato simboli, infrastrutture, servizi o una memoria condivisa. Nessun evento destinato a entrare nella storia cittadina, nessuna svolta culturale riconoscibile. Solo una lunga sequenza di appuntamenti consumati e dimenticati, mentre milioni di euro di risorse pubbliche venivano spesi senza una visione organica e senza un ritorno tangibile.
Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025 si chiude così come un disastro politico e amministrativo, destinato a lasciare strascichi pesanti. Chi, a breve, con il rinnovo dell’amministrazione comunale, si troverà a governare la città dovrà fare i conti con una realtà più fragile, una comunità sfiduciata e una macchina amministrativa segnata da scelte miopi.
Un’occasione storica è stata bruciata. E Agrigento, invece di uscire più forte e consapevole, si ritrova oggi più sola, più divisa e con il peso di un fallimento che difficilmente potrà essere dimenticato.






















