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Agrigento, “caso” Fabbriche Chiaramontane: lettera del Centro Studi Erato

fabbriche chiaramontanePrima del 2001, ad Agrigento, l’arte contemporanea la osservavi con il telescopio; oppure sfogliando il catalogo regalato da un amico tornato dal suo viaggio al nord. Oltre a qualche piccola mostra, e qualche piccolo pittore che ha pensato a se stesso, e non alla cittadinanza, c’era poco“.

Interviene così in una lunga lettera il Centro Studi Erato sul “caso” scoppiato in merito alle Fabbriche Chiaramontane di Agrigento.

Certo, l’arte contemporanea non è cosa essenziale. Anzi, se ne può fare a meno: non è mica acqua, non è mica pane. E in una città che di acqua e di pane ha sofferto sempre, dai, parlare di arte pare offensivo, no?
Il ragionamento, che sia logico o che sia dettato dal caldo, facciamolo ugualmente però. Pochi giorni fa una notizia dal titolone sensazionale ha fatto tremare gli amanti dell’arte agrigentina, ancora scossi da un’altra notizia similare: i presunti abusi al Farm Cultural Park di Favara. Si trattava dell’ordine di sgombero delle prestigiose Fabbriche Chiaramontane, galleria permanente che da anni ospita mostre di artisti storicizzati di livello nazionale“.

Vi è da dire che le Fabbriche hanno contribuito (per quel che si può, ad Agrigento) alla diffusione di un gusto artistico, democraticamente piacevole o criticabile, in una città che, per parametri estetici, è ancora ferma al vassallaggio economico e alle verdastre tapparelle in alluminio anodizzato poste accanto al giallognolo e antico tufo.
Sulla vicenda giudiziaria saranno gli organi competenti a fare chiarezza, poiché compito loro, giustamente. Ma su quella del pettegolezzo, invece, c’è da ridere amaramente. Ed è su questa che ci soffermeremo.
Pubblicata la notizia su una testata locale, essa inizia subitaneamente il suo solito tam tam social. Il tono nel post Facebook in questione è retto da beffa mista a provocazione, imbevuto da una fragranza che sa di lezione di etica. Viene rimarcato l’obbligo di chiusura della galleria, senza se e senza ma, con commenti infarciti di odio. L’asse di interesse della notizia si sposta dal suo tema principale, il canone non pagato, alla perfidia esercitata nei confronti delle Fabbriche ritenute ree di… di? (L’argomento “affitto” passa in second’ordine)“.

Scorrendo i commenti viene da pensare che ci sia qualcosa che i cittadini non sanno, più di una invidia infantile, quasi una querelle belligerante tra improvvisati detrattori e l’istituzione artistica. Oppure, altro ancora? Si spera di no.
In merito proviamo a comprendere qualcosa nel profondo. Le Fabbriche Chiaramontane sono gestite dal 2001 dall’Associazione Amici della Pittura dell’Ottocento. Secondo quanto è possibile leggere da un post di un membro dell’Associazione, uno dei pochi in difesa, il canone di locazione, in sedici anni di affitto, ammonterebbe a circa duecentomila euro, somma di denaro che, a questo punto, sarebbe bene sapere in che modo sia stata impiegata (dacché l’ente ricevente di tale somma non è un privato qualunque); mentre l’affitto non pagato, e contestato, ammonterebbe a circa un anno di pagamento. Insomma, il rapporto fatevelo voi, perché qui l’epilogo si scrive da solo: c’è chi non aspettava altro che gettare fango“.

In conclusione. Abbiamo detto che l’arte è secondaria e che i beni primari sono altri. Eppure, riguardo all’impatto sociologico negativo apportato da lacune artistiche nelle comunità, sia per chi desidererebbe farla sia per chi desidererebbe semplicemente osservarla, potremmo innalzare una torre di tomi più alta dei “tolli” che oscurano il centro storico decadente. E da certe uscite dell’opinione pubblica agrigentina, pare infatti che la tesi sia stata ampiamente dimostrata: questa città è all’asciutto di “gusto”, tuttavia è una perfetta fabbrica di perfidia“, conclude la lettera. 

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