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Osservatorio consumatori

Biologico: la frode è in agguato

bioUna maggiore sensibilità verso il pianeta e un’attenzione maggiore sia alla salute personale che all’ambiente, stimolata anche dalla maggiore diffusione di informazioni dai media, fa sì che la richiesta di cibi biologici da parte dei consumatori diventa sempre più vasta.

Ma il biologico non è tutto uguale: anche se l’offerta sta crescendo in modo esponenziale in tutta Europa, è sempre più necessario accertarsi che gli ingredienti siano di qualità comprovata e i processi di lavorazione ineccepibili per igiene e sicurezza.

Anche nel Bio si può infatti incappare in frodi di vario genere e gravità. Tra le più frequenti riscontrate in questi ultimi mesi: riso ai pesticidi etichettato come organico, soia transgenica spacciata per Ogm free, verdure a chilometro zero che in realtà provenivano anche dall’estero. Questo malgrado le leggi sulle certificazioni, soprattutto nel nostro Paese, siano tra le più severe.

Sempre qualche mese fa sono stati presentati in tv alcuni casi eclatanti: un servizio di Report su Rai 3 ha portato alla luce la vicenda del riso biologico piemontese che pur senza infestanti cresce come quello trattato con i pesticidi chimici, destando forti sospetti che coinvolgono alcuni certificatori. Gli inviati della trasmissione Le Iene, di Mediaset, hanno “smascherato” un agricoltore che vendeva come autoprodotte e organiche verdure acquistate all’ortomercato e non a chilometro zero.

Più gravi per la salute umana i casi come quello del maxisequestro di 1,500 tonnellate di mais ucraino, 800 tonnellate di semi di soia e derivati oleosi provenienti dall’India e destinati alla confezione di dolci e pasta, contenenti residui di pesticidi chimici da anni messi al bando in Europa, oltre a tracce di Ogm, nell’operazione anti-frode denominata “Green War”.

L’Italia purtroppo è leader in Europa per le agromafie. Bisogna considerare che quello del “cibo pulito e bio” è uno dei settori in crescita, con un giro d’affari di 3,6 miliardi, cresciuto dell’otto per cento in più rispetto al resto dell’agroalimentare e malgrado la crisi. Anche per questo attrae il mondo del malaffare.

Nel Giugno del 2013, è stata scoperta dai NAS un’organizzazione che gestisce a livello internazionale false certificazioni per prodotti non organici, pronti per essere immessi sul mercato con il marchio Bio.

C’è un problema di fondo nelle certificazioni: nella maggior parte dei casi vengono fatte soprattutto o solamente “su carta”, e questo certamente non costituisce una garanzia efficace, anche perché gli enti certificatori sono privati e ognuno applica a suo modo la regolamentazione, senza una direttiva governativa di riferimento.

“Quando ho convertito la mia azienda al biologico – ha raccontato in proposito Marco Cuneo imprenditore agricolo – ho presentato la domanda all’ICEA, l’Istituto Italiano per la Certificazione Etica e Ambientale. Pensavo che venisse qualche tecnico a fare un’analisi del terreno, invece ho solo dovuto compilare una grande quantità di carte, e dopo due anni ho ottenuto la certificazione”.

I produttori onesti, ma anche i consumatori sono danneggiati dalla mancanza di controlli veri e capillari in questo settore – ha sottolineato in proposito Alessandro Triantafyllidis, ex presidente dell’AIAB, l’Associazione Italiana per l’agricoltura biologica – inoltre bisognerebbe prestare più attenzione alla filiera corta, perché più è lunga la serie di passaggi dal campo al piatto, più è facile perpetrare le truffe”.

L’ultima speranza è che l’Unione Europea si decida finalmente ad approvare una nuova legge, che tenga conto dei rischi per la salute e l’ambiente, con normative più severe sia per le certificazioni che per le informazioni dovute all’utente e riportate correttamente sulle etichette.

Nel frattempo però nella normativa sull’etichettatura entrata in vigore dallo scorso Dicembre, non c’è più l’obbligo di dichiarare lo stabilimento di produzione e confezionamento. E le previsioni sui termini del Ttip, il Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti caldeggiato dagli USA per consentire il libero scambio di prodotti alimentari, potrebbe peggiorare la situazione mettendo a rischio anche le nostre eccellenze agroalimentari, prevedendo per tutti l’azzeramento di controlli di qualità specifici, visto che negli Stati Uniti non c’è l’obbligo di dichiarare la presenza di Ogm, o l’utilizzo di ormoni e antibiotici nelle carni, spesso trattate anche con coloranti.

Molte associazioni ambientaliste e di tutela del consumatore si stanno mobilitando in tutta Europa per impedire che questo accordo vada in porto. In questa complessa situazione, non resta che tutelarci “non abbassando la guardia”. In questo la rete ci viene in soccorso grazie a siti e gruppi di acquisto solidale che danno consigli utili su dove indirizzare i nostri acquisti bio sani e convenienti.

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