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Il testimone di giustizia Cutrò a Salvini: “qualcuno ha sbagliato, risolviamo”

“Oggi (ieri ndr) è l’anniversario della Resistenza, l’anniversario della liberazione d’Italia, liberata dal governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e dall’occupazione nazista. Era il 25 aprile del 1945, quando i partigiani, i cittadini, mossi dalla volontà di liberare la propria terra, opponendosi alla violenza dei fascisti, hanno vinto”.

Lo afferma il testimone di giustizia Igna Cutrò (in foto), che aggiunge:

“Alla luce degli ultimi fatti di cronaca- per quanto sia presto affermare o fare ipotesi -, ritengo che il giorno della festa della liberazione dell’Italia dalla mafia, sia molto e tristemente lontano. Nonostante la presenza attiva dei cittadini, le denunce di noi tutti e i continui sforzi delle Forze dell’Ordine, c’è qualcosa che non funziona. Il concetto è ormai noto e consolidato, nostro malgrado; la storia insegna: LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NON DIMENTICA, LA MAFIA NON SI SCORDA DI CHI SI È OPPOSTO E LI HA DENUNCIATI; MAI!”

“Io ho denunciato nella normalità, ma nella consapevolezza che la mafia sarebbe stata lì, pronta ad aspettare e sterminarmi. Lo Stato deve assumere il controllo, e dove nelle sue arterie trova dei pezzi non funzionali, rimuoverli e sostituirli con mezzi idonei e più efficienti; non ammetterlo non porta a nulla, tutti possiamo sbagliare. Oggi (ieri ndr) il Ministro Salvini si trova a Corleone, e toccherà con mano propria alcune situazioni, è proprio lui che può far rivalutare tutto e garantire tutele a chi ha denunciato la mafia. Ministro, il mio appello va proprio a lei, noi abbiamo fatto la nostra parte, ammettiamo che qualcuno ha sbagliato e risolviamo. Lo Stato questa cosa non l’ha capita, o forse per una valutazione burocratica errata gli è sfuggita. Io non sono laureato, ho semplicemente il diploma, e probabilmente non riesco a comprendere per questo. Nei giorni scorsi, la Prefettura di Agrigento ha negato il porto d’armi a mio figlio, sostenendo che non c’è più attualità del pericolo. Signori, scusatemi, per anni siamo stati protetti e, mio figlio richiedendo il porto d’armi, dicevano che non gli spettava perché, appunto, protetti. Tolgono la tutela alla mia famiglia ed io non accetto la tutela che mi hanno lasciato, così la rimuovono, ma le telecamere che lo Stato voleva farmi pagare per garantire la sicurezza mia e della mia famiglia, e che tanto costavano, all’amministrazione a quanto pare, se non rischiamo e la vita di 4 persone non vale così tanto, perché le telecamere sono ancora attive ed installate? C’è o non c’è attualità del pericolo?”

“Io non lo capisco e, tanto meno, non voglio essere una cavia oggetto di studio sociale. Toglierci le tutele è stato come buttare un topo in una gabbia piena di gatti, però monitorata dalle telecamere, per uno studio sociale probabilmente. Non voglio rincarare la dose, ma la coerenza è indispensabile, e la presenza dello Stato vero accanto di chi denuncia, lo è ancora di più. I cittadini che ogni giorno lottiamo in trincea, vinciamo, ma le Istituzioni, nonostante i loro impegni e le loro promesse, come saranno ricordati? E’ vero, non abbiamo fatto nulla di particolare noi cittadini che abbiamo denunciato, abbiamo denunciato spinti dalla moralità e dalla voglia di riscatto, ma poi ci sono le circostanze ambientali e la mafia che non vanno mai sottovalutati. Proteggere una persona che ha denunciato ha un costo, ma raccontare che lo Stato non ha saputo garantire la sicurezza o la vita di una persona che ha denunciato, ne ha uno ancora più alto”, conclude Cutrò.

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