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Martedì 15 Settembre 2026

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Cultura

“In casa Scozzafava”, il teatro che fa ridere e racconta la società

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La compagnia Tessere di Coccio porta in scena una commedia di Lina Vizzini che, dietro il ritmo brillante, svela contraddizioni, ambizioni e fragilità della famiglia italiana

di Francesco Pira

C’è un linguaggio della scena che non si esaurisce nell’intrattenimento. Accade quando una rappresentazione sa far sorridere e, nello stesso tempo, riesce a restituire i tratti profondi di una comunità, dei suoi codici, delle sue ansie, delle sue aspirazioni. È quanto è avvenuto con “In casa Scozzafava”, la commedia brillante in due atti firmata da Lina Vizzini e portata in tournée dalla compagnia teatrale Tessere di Coccio di Palma di Montechiaro, protagonista della rassegna di teatro amatoriale che ha coinvolto diversi centri dell’Agrigentino. Dopo aver visto lo spettacolo non ho resistito all’idea di scrivere le mie emozioni e sensazioni. E voglio citare, come ha fatto l’eccellente Presidente della Compagnia, Rosario Bruna, a fine commedia Gigi Proietti. Il grande attore e regista romano, ripeteva: “benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso”. Rosario è uomo sensibile, attento all’evoluzione della società ed è capace di portare anche in scena, come nella vita queste attenzioni verso l’altro.

Dopo le applaudite serate del 17 agosto al Teatro Costabianca di Realmonte, del 18 agosto a Giardina Gallotti e del 26 agosto al Chiostro della Badia di Licata, il percorso artistico del gruppo ha già confermato un dato che appare ormai evidente: il teatro amatoriale, quando è sorretto da passione, disciplina e visione culturale, continua a rappresentare uno dei luoghi più vitali della partecipazione collettiva. L’appuntamento del 29 agosto a Comitini e il gran finale il 10 settembre ai piedi della scalinata della Chiesa Madre di Palma di Montechiaro completano un itinerario che ha assunto il valore di un vero racconto territoriale.

“In casa Scozzafava” si è distinta non solo per il ritmo comico e per l’efficacia scenica, ma anche per la sua capacità di trasformare una vicenda familiare in uno specchio sociale. Ambientata in un’Italia sospesa tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, l’opera ha messo in scena un universo domestico dominato dal bisogno di apparire, dalla ricerca di legittimazione sociale e dall’ossessione per il giudizio degli altri. Non si tratta di elementi marginali: sono, al contrario, alcune delle chiavi interpretative più significative di un’intera stagione culturale, i cui riflessi sono ancora oggi pienamente riconoscibili.

Da questo punto di vista, il lavoro di Lina Vizzini ha mostrato una notevole competenza drammaturgica. La sua scrittura ha saputo intrecciare leggerezza e osservazione, comicità e lettura del costume, facendo emergere con naturalezza le tensioni di una famiglia che rincorre simboli di prestigio e rispettabilità, mentre sotto la superficie si agitano fragilità, sotterfugi e problematiche quotidiane. In questa prospettiva, il riferimento a Erving Goffman, tra i maggiori sociologi del Novecento, offre un’interpretazione efficace: la vita sociale come una continua rappresentazione di sé, fatta di ruoli, facciate e aspettative. Nella commedia, infatti, la scena domestica diventa il luogo in cui ciascuno prova a sostenere un’immagine, spesso più importante della verità stessa.

Ma il merito dell’autrice sta nell’aver evitato ogni rigidità teorica, affidando tutto alla forza teatrale dei personaggi, al dialetto, ai tempi della battuta, alla costruzione di figure vivaci e riconoscibili. La scrittura di Lina Vizzini si è rivelata brillante, incisiva, piena di colore, capace di custodire dietro la risata un nucleo di autenticità umana. È qui che la sua prova artistica ha raggiunto il risultato più alto: non limitarsi a divertire, ma accompagnare lo spettatore verso una verità semplice e decisiva, quella per cui, una volta cadute le maschere, ciò che resta davvero sono gli affetti sinceri, il calore familiare, il bisogno di essere accolti per ciò che si è.

In questo senso, la messa in scena ha confermato come il teatro amatoriale possa svolgere una funzione culturale e perfino sociologica di grande rilievo. Non solo perché anima piazze, chiostri e spazi urbani, ma perché restituisce alla comunità un’occasione di riconoscimento reciproco. Pierre Bourdieu, sociologo francese attento ai meccanismi attraverso cui la cultura produce riconoscimento e appartenenza, ha mostrato come i luoghi culturali contribuiscano a costruire significato collettivo. Qui la scena non è stata solo un palcoscenico: è diventata spazio condiviso, memoria comune, luogo in cui un territorio si osserva e si racconta.

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A dare corpo a questa architettura narrativa è stato un cast coeso e ben calibrato, nel quale ogni interprete ha contribuito con misura e personalità alla riuscita dell’insieme. Paolo Scozzafava è stato interpretato da Gaetano Bruna; Teresa Scozzafava da Lina Vizzini; Gigiò Scozzafava da Sandro Giganti; la Nonna da Liliana Azzarello; Signora Pipitone da Gisella Vizzini; V. Beneamato, ex ladro, da Rosario Bruna; don Ferdinando da Gaetano Mineo; Giacomina, la parrocchiana da Rosaria Bonfanti; Loredana Pipitone da Roberta Pera.

Accanto agli attori, va riconosciuto il lavoro di chi ha operato dietro le quinte, contribuendo in modo decisivo alla riuscita complessiva della messinscena: Francesca Scarnà, direttore di scena; Gianni Tannorella e Simone Zambrano, per l’audio; Sandro Giganti, per la scenografia; con la regia di Lina Vizzini, autentico perno creativo di un progetto che ha saputo unire scrittura, direzione e presenza scenica con rara generosità artistica.

Il valore dell’esperienza proposta da Tessere di Coccio sta anche qui: nell’aver dato vita a un teatro che nasce dal territorio ma non resta chiuso nel perimetro locale; che parla una lingua accessibile senza rinunciare alla complessità; che fa leva sulla tradizione della commedia per raccontare meccanismi profondi della vita sociale. In un tempo in cui la fruizione culturale rischia spesso di diventare rapida, distratta e solitaria, ritrovarsi davanti a uno spettacolo capace di generare partecipazione, risata e riflessione comune assume un significato che va oltre il semplice divertimento.

Personalmente, ho apprezzato molto questo lavoro, e altrettanto evidente è sembrato l’apprezzamento manifestato dalla platea nelle diverse tappe del tour. “In casa Scozzafava” ha dimostrato che la leggerezza, quando è sorretta da scrittura solida, cura nella regia e affiatamento interpretativo, può diventare una forma alta di racconto umano.

E in questo risultato va riconosciuto un merito speciale a Lina Vizzini, autrice e regista che apprezzo da tanti anni e a cui mi lega una lunga amicizia, di una commedia capace di coniugare vivacità, intelligenza scenica e una profonda attenzione alla verità dell’animo e del cuore.