Inchieste

Intervista a Sheila Melosu Capomissione Mediterranea Saving Humans: parola d’ordine “Obbedire alle leggi dell’Umanità”

Trentanove anni, sguardo fiero e consapevole, e tanta voglia di cambiare il mondo. Stiamo parlano di Sheila Melosu, attivista siciliana (per metà sarda) che ha guidato, in qualità di capomissione, diverse missioni condotte dalla ong Mediterranea Saving Humans a bordo della nave “Mare Jonio”, l’unica nave battente bandiera italiana che fa monitoraggio e rescue nel Mar Mediterraneo, impegnata nel salvataggio di migranti nel Canale di Sicilia. La sua è stata una scelta di vita precisa: impegnarsi in prima persona per la difesa dei diritti umani.  Abbiamo incontrato Sheila ad Aragona(AG), nel corso dell’incontro dal titolo “ Il soccorso a mare non è reato”, organizzato dall’Azienda agricola Carbonia e dal Circolo ARCI John Belushi di Agrigento, che  si è tenuto, lo scorso sabato 30 agosto, nell’azienda agricola Carbonia di Eugenia Gino.

Sheila Melosu e Eugenia Gino (azienda Carbonia)

Sheila partirei con un curiosità,  ti senti più siciliana o più sarda?

“Mi sento un mix di testardaggine isolana, però la Sicilia è la mia terra. Sono  nata a Palermo e cresciuta in Sicilia.”

Come e quando è iniziata la tua collaborazione con Mediterranea Saving Humans?  

“E’ iniziata quasi per caso! Organizzavo eventi culturali, sempre a sfondo sociale. In passato ho anche organizzato un festival sui diritti umani e l’ambiente che adesso compie 17 anni. Poi, attraverso alcuni amici mi è arrivata una proposta. L’ARCI stava comprando una nave per andare a soccorrere nel Mediterraneo. Non si poteva più stare fermi e zitti davanti a quello che stava accadendo. Mi hanno detto che io sarei stata perfetta per quell’impresa. Era dicembre del 2018 e da quel momento non sono più scesa dalla nave. Ho iniziato ad occuparmi di logistica per la nave Mare Jonio di Mediterranea. Ho fatto diversi percorsi di formazione e dal 2022 sono una delle Capomissioni.”

Qual è il tuo compito?

“La Capo missione è quella figura che insieme al Comandante si prende la responsabilità dell’operazione di soccorso e gestisce il team working. I soccorsi sono delle operazioni che vengono effettuate insieme a diverse persone. Pre e post missione si è in contatto con le autorità competenti, soprattutto con quelle italiane.”

Quando arriva un SOS cosa fate?

“Dirigiamo la prua verso le coordinate che ci vengono fornite. Spesso, incontriamo gente per mare, non solo perché ci viene segnalato, ma anche per caso. Le barche sono così tante ed è facile trovare gente bisognosa che chiede soccorso. Una volta avvistato il nostro target, gettiamo in mare dei piccoli gommoni per avvicinarci con sicurezza alle imbarcazioni precarie, rendendo, così, la missione meno pericolosa. L’inizio del soccorso è sempre quello più critico, in quell’istante può accadere sempre qualche imprevisto. Essendo alla pari è molto più semplice avere un contatto diretto con le persone”.

Ricordi il tuo primo salvataggio?

“Non penso che potrò mai dimenticarlo. Era notte e avevamo ricevuto un SOS con le coordinate. Siamo arrivati sul punto e non riuscivamo a trovare i naufraghi. Io ero sul ponte della nave con il Comandante e ho sentito delle grida. A bordo cerano 104 persone, il bambino più piccolo aveva 5 anni. Appena abbiamo finito il soccorso arriva un’altra segnalazione. Nel frattempo si erano fatte le prime luci dell’alba. Con la luce le condizioni per un salvataggio sono ovviamente migliori. Sull’imbarcazione c’erano altre 110 persone. Alla fine, con un rimorchiatore di 35 metri del 1972, abbiamo portato in salvo 214 persone ed è stata una bella sfida.”

Sheila Melosu, particolare: nel braccio tatuate le coordinate dei soccorsi

Dopo il salvataggio cosa avete fatto?

“Abbiamo virato a Nord. Il Comandante e il team sanitario hanno soccorso diverse persone con ustioni (l’acqua salina e il carburante delle barche provocano ustioni) c’erano persone disidratate, diabetici che non prendevano farmaci da diversi giorni. Giunti a Lampedusa abbiamo chiesto un  place of safety (POS), un porto sicuro. Ci è stato assegnato Pozzallo. Il Comandante si è rifiutato, affermando che la Mare Jonio era certificata per portare in salvo 70 persone, ed ha intimato di entrare in porto. Abbiamo trascorso  una notte all’ancora, con le persone agitate per via della pioggia e del mare mosso, avevamo 214 persone nuovamente bagnate. Ad un certo punto non nascondo che mi sono chiusa in una stanza a piangere. Non sapevo più cosa fare. Per fortuna alle luci dell’alba è arrivata una motovedetta che ha accolto donne, bambini, minori non accompagnati e persone fragili e noi siamo arrivati a Pozzallo con 70 persone.”

Il rifiuto del Comandante può delinearsi come disobbedienza civile?

“Si tratta di disobbedienza civile, ma di obbedienza alle leggi dell’umanità e al rispetto della dignità delle persone. Bisogna sempre mettere al primo posto la vita umana e poi tutto il resto”.

Cosa si intende per zona SAR?

“Il Mediterraneo è diviso in tre zone di Search And Rescue: quella italiana, la maltese e la libica. Grazie agli accordi del 2017 del Governo Italiano con quello libico, abbiamo regalato mezzi alla Libia e formato quella che è la cosiddetta Guarda Costiera Libica. Nella zona SAR di competenza libica, incontriamo miliziani, oltre a quella che, ufficialmente, dovrebbe essere la Guardia costiera libica. Quindi il nostro obiettivo è quello di arrivare prima dei libici per portare in salvo le persone da quella zona. Le milizie riprendono le persone per riportarle nei lager o nei campi di lavoro dove chiedono, nuovamente, il riscatto alle famiglie. Abbiamo compreso che le donne vengono stuprate ripetutamente, anche davanti ai bambini destinati a portarsi tutta la vita dei grossi traumi. È un meccanismo perverso che devasta la vita delle persone. È fondamentale fermare il traffico di esseri umani fin dall’inizio.”

La tua esperienza che ricordi con piacere?

“E’ semplice! Quella notte nelle due barche naufragate c’erano due fratelli che non sapevano più niente l’uno dell’altro. È stata commovente la scena quando i due ragazzi si sono ritrovati sulla Mare Jonio, scoprendo così di essere sopravvissuti. Queste sono emozioni impagabili che danno la forza di continuare.”

Invece, quella meno che ti ha lasciato un segno?

“Ho avuto la fortuna di conoscere un bambino egiziano che viaggiava da solo. Era seduto davanti al portellone d’ingresso della nave. Incontravo sempre il suo sguardo. Un ragazzino di 14 anni che ha vissuto 2 notti senza acqua, senza cibo, al freddo , facendosi i bisogni . Il suo sguardo che incrociava il mio è una di quelle esperienze che non dimenticherò mai. Non riesco ad accettare tutta questa sofferenza.”

Cosa potrebbe e dovrebbe fare l’Europa?

“Potrebbe rimette in moto un’operazione di soccorso europea. L’Europa è perfettamente in grado di operare con unità  adeguatamente formate. Un valido esempio è stata l’operazione Sophia che nel Mediterraneo ha soccorso centinaia e centinaia di persone. La seconda cosa è smettere di avere rapporti e foraggiare il governo libico, non capisco come si possa dire che la Libia sia un porto sicuro. L’Europa ha trasformato una politica di accoglienza e di riconoscimento della dignità della persona, in una politica di difesa delle frontiere. L’Europa ad un certo punto ha deciso  che era più importante difendere il proprio territorio “dall’invasione di migranti”,  piuttosto che salvaguardare la vita umana.”

La tua prossima missione?

“Abbiamo comprato una nuova nave la Mediterranea più grande della Jonio. Abbiamo appena concluso la nostra 24 esima missione salvando dieci ragazzi gettati in mare dalle milizie di Tripoli. La nave è sbarcata a Trapani, malgrado il porto assegnato dal Viminale fosse un altro e ben più lontano, quello di Genova. Sicuramente applicheranno il decreto Piatendosi. Appena finirà il fermo torneremo in mare e io sarà a bordo.”

Quali speranze per il futuro?

“In questo momento non vedo margini di miglioramento. Intorno a noi c’è violenza ed economie messe in moto solo da guerre. C’è,  però, una società civile che grida forte NO, che si muove per riprendersi uno spazio di posizionamento chiaro contro la sofferenza e le ingiustizie. Questo mi dà speranza, come mi da sollievo andare a parlare nelle scuole ai giovani che sono l’unica cosa che mi fa ancora svegliare al mattino con il sorriso”.