Apertura Editoriali

La memoria non è una bandiera di parte

Quando una città decide di intitolare una strada, non compie un atto neutro. Incide un nome nella pietra, lo consegna al tempo, lo affida alle generazioni che verranno. È naturale che una scelta del genere susciti riflessioni, anche critiche. Meno naturale è trasformarla in un processo alle intenzioni, in una lettura obbligatoriamente ideologica, in una prova generale di campagna elettorale.

Intitolare una via a Sergio Ramelli significa, prima di tutto, ricordare un ragazzo di diciotto anni ucciso in un clima di odio politico che ha segnato una delle stagioni più buie della Repubblica. Non è un’abiura della Costituzione, non è un cedimento simbolico, non è un’amnistia storica per nessuno. È il riconoscimento che la violenza politica – tutta – ha prodotto vittime, dolore, ferite che ancora attraversano la memoria collettiva.

Gli anni Settanta non sono un capitolo da usare come clava. Sono una pagina tragica, scritta con il sangue di giovani di orientamenti diversi, travolti da una spirale che ha colpito lo Stato, le istituzioni, la società civile. Se si afferma che ogni forma di odio va condannata senza ambiguità, allora questa condanna deve essere coerente e non selettiva. La pietà non può essere concessa a targhe alterne.

C’è chi teme che una scelta del genere sia divisiva. Ma ciò che divide davvero è l’idea che alcune vittime siano più degne di memoria di altre. Le città mature non hanno paura di confrontarsi con la complessità della propria storia. Non trasformano le intitolazioni in plebisciti ideologici, né in esami di purezza politica.

Le strade, è vero, rappresentano i valori di una comunità. E tra questi valori c’è anche il rifiuto della violenza come strumento di lotta politica. Ricordare un giovane ucciso per le sue idee – qualunque esse fossero – non significa legittimare quelle idee, ma ribadire che in una democrazia si discute, non si colpisce con le spranghe.

Il sospetto sistematico – che dietro ogni decisione vi sia un calcolo, un messaggio cifrato, un ammiccamento – rischia di impoverire il dibattito pubblico. Ogni scelta amministrativa può essere criticata nel merito, ma attribuirle automaticamente un fine strumentale equivale a negare la possibilità stessa di un gesto che nasca da una riflessione civile.

Se si ritiene che la memoria debba essere condivisa, allora la condivisione si costruisce ampliando lo sguardo, non restringendolo. Aprendo confronti, promuovendo iniziative nelle scuole, raccontando gli anni di piombo nella loro interezza, con le loro responsabilità diffuse e le loro tragedie trasversali.

Una comunità non si indebolisce quando ricorda; si indebolisce quando teme di farlo. La sfida non è stabilire quale memoria sia “ammissibile”, ma come trasformare ogni memoria in un’occasione di educazione civica, di consapevolezza storica, di rifiuto netto di ogni nostalgia autoritaria e di ogni violenza politica.

Le polemiche passeranno. I nomi sulle targhe resteranno. E ciò che resterà, soprattutto, sarà il modo in cui una città avrà scelto di affrontare il proprio rapporto con la storia: con equilibrio, oppure con sospetto.