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Licata, la devozione per il Patrono Sant’Angelo tra fede e realtà virtuale

Questa forma di fede così radicata continua a parlare alle sfide del presente. Non è un esercizio nostalgico, ma una forza viva che rafforza l’identità collettiva e offre un linguaggio comune per affrontare la precarietà e la solitudine contemporanea

di Francesco Pira

In un tempo in cui le collettività cercano nuovi punti di riferimento e significati condivisi, tornare alle radici della propria identità attraverso la memoria e il sentire religioso diventa un gesto potente di coesione.

La celebrazione della storia, unita alla riflessione sociologica, offre l’occasione per comprendere come il sacro continui ad agire nella vita quotidiana delle persone, anche oggi.
A Licata, in provincia di Agrigento, si è svolto il 21 agosto 2025 l’incontro “Sant’Angelo tra devozione e speranza per Licata, ieri e oggi”. L’evento, di natura culturale e spirituale, si è tenuto presso il Santuario Diocesano di Sant’Angelo, nel cuore del centro storico, ed è stato inserito nel programma delle celebrazioni per il IV Centenario della liberazione dalla peste del 1625, attribuita all’intercessione del Santo Patrono.
Tre i relatori dell’evento. All’incontro ho partecipato in qualità di sociologo e docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Messina , affiancato dal Dott. Giuseppe Caci, esperto in beni culturali, e dal Dott. Calogero Lo Greco, storico. Insieme abbiamo proposto un viaggio tra spiritualità, cultura e memoria comune, offrendo al pubblico una riflessione multidisciplinare sul significato profondo del legame con Sant’Angelo, ieri come oggi. A rappresentare l’Amministrazione Comunale è intervenuto l’Assessore Giuseppe Federico, mentre un sentito ringraziamento è stato rivolto al Rettore del Santuario, Padre Roberto Toni, che con la sua generosità e sensibilità ha reso possibile questo momento di partecipazione. Attento e interessato il pubblico presente, molto qualificato.
Il rapporto con Sant’Angelo a Licata non è soltanto una tradizione religiosa, ma un fenomeno sociale radicato, che attraversa i secoli e si rinnova anno dopo anno. La commemorazione dei 400 anni dalla fine della peste del XVII secolo non è soltanto un appuntamento liturgico o celebrativo, ma un’occasione di riflessione sulla capacità della fede di generare coesione, resistere alle crisi e trasformare il dolore in speranza.
Nel mio intervento ho evidenziato, in chiave sociologica, come la devozione costituisca un linguaggio simbolico: un sistema di segni, riti e narrazioni che contribuiscono a costruire l’identità collettiva.
Per i licatesi, Sant’Angelo non è solo un protettore spirituale, ma una figura profondamente vicina, una presenza che unisce generazioni e vissuti individuali. Come ha sottolineato il sociologo Victor Turner con il concetto di “communitas”, i riti religiosi condivisi diventano esperienze che annullano le distanze sociali e rafforzano il tessuto umano e affettivo.
Nel martirio del Santo, i devoti leggono non solo la sofferenza e la redenzione, ma anche la solidarietà, l’intercessione quotidiana, l’amore incondizionato. È in questo incontro tra il sacro e l’umano che la spiritualità prende forma concreta e si trasforma in relazione viva, in preghiera che accompagna la vita di ogni giorno.
In questa stessa prospettiva si inserisce il videomessaggio inviato alla città di Licata dal Cardinale Matteo Zuppi, che ha voluto rivolgere un pensiero ai licatesi, ricordando come le “pesti” del nostro tempo non siano solo biologiche, ma anche sociali, morali e relazionali: dalla guerra all’indifferenza, dall’odio digitale alla difficoltà di riconoscere l’altro come fratello.
In questo senso, Sant’Angelo continua a essere per molti una medicina dell’anima: simbolo di vicinanza, amore che cura, guida spirituale che non abbandona. Come ha detto Zuppi, “la speranza non è la certezza che tutto andrà bene, ma la fiducia che si possa ricominciare e ricucire ciò che si è spezzato”.
Un altro nodo centrale del mio intervento ha riguardato il rapporto tra i giovani e il mondo della fede. Nonostante una distanza apparente dalle forme di devozione tradizionali, credo che molti giovani siano oggi alla ricerca di significato e adottino nuovi linguaggi – soprattutto digitali – per esprimere la propria interiorità spirituale.
Oggi il culto viaggia anche su Facebook, Instagram e TikTok: immagini, video, stories raccontano Sant’Angelo in modo diretto e accessibile. Questa “devozione digitale” non sostituisce quella fisica, ma la amplifica, consentendo anche ai licatesi emigrati di restare spiritualmente legati alla propria terra. Le dirette streaming delle celebrazioni, realizzate grazie a emittenti come Qui Licata e Lanterna TV, rendono la partecipazione possibile anche da lontano.
Non si tratta di semplice folklore, ma di una nuova forma di comunione: un ponte tra generazioni, tra chi resta e chi è altrove. Anche un semplice post può diventare una preghiera pubblica, un modo per affermare: “io ci sono. E ci credo”.
Oltre all’aspetto religioso, questo legame profondo con il Santo ha una dimensione fortemente culturale e affettiva. Sui social si condividono foto d’epoca, ricordi familiari, aneddoti popolari, ricette tradizionali: frammenti di memoria che restituiscono un volto umano e vicino. È la spiritualità del quotidiano che entra nelle case, accompagna le difficoltà, si trasmette nei racconti dei nonni.
Questa componente “popolare”, spesso sottovalutata, è in realtà fondamentale: mostra come il ricordo si intrecci al credo, e come Sant’Angelo sia vissuto non solo come intercessore celeste, ma come compagno silenzioso del cammino personale.
Questa forma di fede così radicata continua a parlare alle sfide del presente. Non è un esercizio nostalgico, ma una forza viva che rafforza l’identità collettiva e offre un linguaggio comune per affrontare la precarietà e la solitudine contemporanea.
La devozione non è un rifugio dalla realtà, ma uno strumento per affrontarla con speranza. E in quel “Sant’Angelo, aiutami” sussurrato nel silenzio, c’è tutto il senso di una fede che continua a camminare accanto al suo popolo.