Mandorlo in Fiore 2026, quando la burocrazia si confonde con la politica: il caso delle “Vetrine Fiorite”
C’è un principio semplice che regge l’architettura della pubblica amministrazione italiana: la politica indica la direzione, la burocrazia gestisce gli atti. È una distinzione netta, costruita negli anni per garantire trasparenza, imparzialità e legalità nell’azione amministrativa. Proprio per questo sorprende – e non poco – quanto emerge leggendo l’avviso pubblicato dal Comune di Agrigento relativo all’iniziativa “Vetrine Fiorite” collegata al festival Mandorlo in Fiore.
L’idea, in sé, è positiva: coinvolgere commercianti e cittadini nell’abbellimento della città durante i giorni della festa. Il problema non sta nell’iniziativa, ma nel modo in cui è stata strutturata la procedura amministrativa per partecipare al concorso.
Nel modulo ufficiale di iscrizione, infatti, viene indicato come unico recapito per l’invio delle domande l’indirizzo di posta elettronica [email protected]. Un indirizzo che, pur appartenendo al dominio istituzionale del Comune, è chiaramente e nominativamente riferibile all’assessore pro tempore Carmelo Cantone, dunque a un organo politico e non a un ufficio amministrativo.
Ecco l’estratto dell’Avviso pubblicato sul sito istituzionale del Comune di Agrigento raggiungibile a questo link:
Una scelta che apre interrogativi tutt’altro che marginali.
Il primo riguarda il rispetto del principio di separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa. La regola è chiara: gli amministratori stabiliscono gli obiettivi e gli indirizzi; la gestione – compresa la ricezione delle istanze, l’istruttoria e la protocollazione – spetta ai dirigenti e agli uffici. Convogliare le domande di partecipazione a un bando direttamente nella casella di posta di un assessore rappresenta, quantomeno, una singolare inversione di ruoli.
Non si tratta di un dettaglio formale. La ricezione delle istanze da parte dei cittadini è un atto amministrativo vero e proprio. Deve passare dal sistema di protocollo dell’ente per acquisire valore giuridico, data certa e tracciabilità. Il quadro normativo – dal D.P.R. 445 del 2000 al Codice dell’amministrazione digitale – prevede procedure precise per la gestione documentale. Quando un documento arriva attraverso canali non riconducibili direttamente al protocollo generale o a un ufficio competente, si apre inevitabilmente una zona grigia.
C’è poi un altro aspetto che non può essere ignorato: la tutela dei dati personali. Il modulo di partecipazione richiede infatti il conferimento di dati e richiama esplicitamente l’informativa prevista dal decreto legislativo 101 del 2018, che ha adeguato l’ordinamento italiano al regolamento europeo sulla privacy.
In questo quadro, il titolare del trattamento è il Comune. I dati devono essere trattati da personale autorizzato e nell’ambito delle competenze dell’ufficio che gestisce la procedura. Non da un organo politico che, per definizione, non svolge attività istruttoria amministrativa.
È evidente che nessuno mette in discussione la buona fede o la volontà di promuovere l’iniziativa. Ma nella pubblica amministrazione la forma è sostanza. Le regole servono proprio a evitare commistioni tra politica e gestione e a proteggere la trasparenza dei procedimenti.
Per questo la soluzione appare semplice quanto necessaria: correggere l’avviso e la modulistica, indicando come destinatario delle domande una casella istituzionale dell’ufficio protocollo o del settore competente, preferibilmente tramite posta elettronica certificata. Un intervento di autotutela che ristabilirebbe il corretto perimetro amministrativo della procedura.
Perché anche dietro un concorso di vetrine decorate si nasconde una questione più grande, il rispetto delle regole che tengono in equilibrio la macchina pubblica. E quando quel confine si sfuma, anche involontariamente, è sempre bene riportarlo subito al suo posto.























