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Cronaca Regioni ed Enti Locali

Migranti torturati e seviziati: “mi colpivano con tubi di gomma”. Somalo in manette – VIDEO

La Polizia di Agrigento nella giornata di ieri, 26 giugno, ha eseguito un fermo di indiziato di delitto emesso dalla procura della Repubblica, DDA di Palermo, a carico del cittadino somalo 23enne Ahmed Taher Mouhamed, individuato presso l’hotspot di Lampedusa.

L’uomo è sospettato di far parte di un’associazione per delinquere, armata, di carattere trasnazionale, dedita a commettere più reati contro la persona, ed in particolare: tratta di persone, sequestro di persona, violenza sessuale, omicidio aggravato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

In particolare, il Taher è stato riconosciuto come uno dei responsabili di torture e sevizie perpetrati in Libia in una struttura sita nei pressi della zona agricola denominata Hudeyfà, in territorio di Cufrà, dove i migranti venivano privati della libertà personale prima di intraprendere la traversata in mare per le coste italiane. I migranti subivano sevizie con tubi di gomma ed erano continuamente minacciati con armi da fuoco.

Le indagini su Taher, avviate fin dal 27 maggio, giorno dello sbarco a Lampedusa, sono state condotte dalla Seconda Divisione del Servizio Centrale Operativo di Roma, dalla Squadra Mobile di Palermo, diretta da Rodolfo Ruperti e dalla Squadra Mobile di Agrigento, diretta da Giovanni Minardi.

Il Taher in Lampedusa, avrebbe minacciato le sue vittime, anche minorenni, al fine di convincerle a non accusarlo alla Polizia Italiana.

Il fermato è stato associato alla Casa Circondariale di Agrigento a disposizione della competente Autorità Giudiziaria.

Di seguito vengono riportati alcune parti delle dichiarazioni rese dai migranti, che hanno determinato i pubblici ministeri Calogero Ferrara, Gaspare Spedale e Giorgia Spiri della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, guidata da Francesco Lo Voi, ad emettere il provvedimento di fermo a carico di Taher.

Spesso mi costringevano a contattare telefonicamente i miei parenti e durante le comunicazioni mi colpivano ripetutamente con dei tubi di gomma”.

Mohamed il somalo… lui faceva parte dei torturatori, ovvero di quelli che ti torturavano per costringere i tuoi congiunti a pagare. Ma le torture da lui inflitte non si limitavano ai momenti delle telefonate, ma si protraevano casualmente anche solo per intimorire i reclusi”. “Iniziarono subito a torturarci per costringerci a contattare i nostri familiari affinchè inviassero il riscatto. Alla mia famiglia furono estorti 5.000 dollari”.

Mi è stato raccontato che poco tempo prima del mio arrivo tre migranti erano riusciti a fuggire. Due di questi sono stati riacciuffati e uccisi davanti gli altri reclusi… a bastonate”.

Al mio arrivo Mohamed il somalo era già nella struttura. Lui picchiava i migranti. Si divertiva ad umiliarci e a farci pesare la sua supremazia. Mi ricordo che una volta lo stesso libico a cui la struttura appartiene, lo ha ripreso perché ci picchiava così forte da ridurci in fin di vita”.

(Guarda il video)

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