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Niente Oscar per il docu-film “Fuocoammare”

fuocoammare 1E’ “O.J.: Made in America” di Ezra Edelman il vincitore dell’Oscar 2017 per il miglior documentario. “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi non riesce così a portare a casa la statuetta.

Il documentario, dopo la vittoria dell’Orso d’oro a Berlino, non riesce così ad aggiudicarsi l’Oscar. E’ stato comunque un grande “successo”, così come sottolineato dallo stesso Rosi.

La pellicola, narra il dramma dell’immigrazione. Filo conduttore della storia, il piccolo Samuele, con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l’ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Pietro Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a constatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione. Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.

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