“Riflessi Culturali 2025/2026”: il Palacongressi tra grandi classici e scelte poco coraggiose
È stata presentata la nuova stagione di “Riflessi Culturali”, la rassegna di musica e teatro voluta dal Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi. Il Palacongressi ospiterà spettacoli fino al maggio 2026, con un calendario che mescola rock internazionale, musica colta e prosa teatrale.
Ad aprire la stagione sarà il chitarrista dei Genesis, Steve Hackett, seguito dall’Orchestra Palermo Classica e dalla rassegna “Venerdì Jazz”. Sul fronte teatrale, si alterneranno nomi noti e testi di sicuro richiamo: da Molière a Shakespeare, da Pirandello a commedie come “Rumori fuori scena” e musical popolari come “Forza venite gente”. Non mancheranno gli spettacoli per le scuole e i matinée pensati per avvicinare – almeno nell’intento – i più giovani al palcoscenico.
La direzione artistica di Gaetano Aronica si muove, ancora una volta, lungo sentieri ben battuti. La programmazione punta su classici consolidati e titoli di richiamo immediato, senza particolari aperture a nuove scritture, drammaturgie emergenti o linguaggi sperimentali. È una scelta che rassicura il pubblico tradizionale ma che rischia di tradursi in un’offerta prevedibile, quasi museale.
Pirandello continua a occupare un posto centrale – con “Il fu Mattia Pascal” e “Vestire gli ignudi” – in una riproposizione che, pur avendo senso in un territorio che custodisce la memoria del Nobel agrigentino, finisce col sembrare un rifugio sicuro, un terreno già arato e raccolto più volte. Lo stesso discorso vale per Shakespeare e Molière: autori immortali, ma scelti quasi sempre per colmare cartelloni che non osano oltrepassare i confini del repertorio scolastico.
Aronica rivendica l’impegno nella formazione dei giovani, ma anche qui l’impressione è che si riproponga ciò che già funziona altrove: matinée, laboratori e percorsi didattici che, pur lodevoli, non offrono un reale salto di qualità o un’apertura a linguaggi più contemporanei, vicini alla sensibilità delle nuove generazioni.
Il rischio è che il Palacongressi, invece di diventare un laboratorio di innovazione culturale, resti una vetrina elegante di spettacoli “già visti”, più attenta al consenso immediato che alla costruzione di una scena nuova e coraggiosa. La città, che negli ultimi anni ha dimostrato una crescente vitalità culturale, avrebbe forse bisogno di scelte meno accomodanti e più capaci di sorprendere.
Aronica sembra preferire la via sicura del repertorio classico alla possibilità di rischiare con nuove drammaturgie e autori contemporanei. Una scelta che certamente porta pubblico, ma che lascia aperta una domanda: fino a che punto si può crescere culturalmente continuando a riproporre ciò che è già noto?





















