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Stragismo mafioso, Fondazione “Miraglia” e CGIL chiedono intervento del Papa: “Chiesa riconosca i propri errori in quegli anni”

Il Presidente della Fondazione A. Miraglia, Nico Miraglia ed il Segretario della CGIL Agrigento Massimo Raso, dopo le bellissime parole pronunciate da Don Gino Faragone nell’ambito delle commemorazioni per il 72° dell’assassinio Miraglia, hanno chiesto al Cardinale Montenegro di investire della questione il Papa affinché giunga dall’insieme della Chiesa il riconoscimento dell’errore storico di lasciare fuori dai portoni delle chiese le vittime innocenti dello stragismo mafioso degli anni 44-56 che ha seminato decine di vittime tra i dirigenti della CGIL del tempo colpevoli solo di essere comunisti e socialisti.

Nella lettera Miraglia e Raso danno atto di quanto è cambiato nell’atteggiamento della Chiesa nei confronti della questione mafia.
In questi anni la Chiesa ci ha abituato a passi in avanti decisi che hanno chiarito senza alcun dubbio circa l’assoluta inconciliabilità tra mafia e Vangelo e facendo giustizia di precedenti atteggiamenti.
“Ci ritornano – scrivono Miraglia e Raso – in mente le parole che, proprio in questa provincia di Agrigento, ebbe a tuonare Papa Giovanni Paolo II° nello scenario della Valle dei Templi.
O, ancora, l’impegno di Don Peppe Diana o quello del nostro conterraneo Padre Puglisi.
Ci viene in mente l’impegno costante di Don Ciotti o la stessa causa di beatificazione del “servo di Dio” Giuseppe Angelo Livatino.

È un tema sul quale la Chiesa ha già dibattuto tanto fino ad arrivare alla estensione ai mafiosi della scomunica verso “tutte le manifestazioni di violenza criminale”, affermando nel 1994 “l’insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo” di “tutti coloro che, in qualsiasi modo, deliberatamente, fanno parte della mafia o ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa”.
Ribadendo tale opposizione nel 1996, nel 2010 e nel 2012.
Ma, come non ricordare anche l’impegno del caro Papa Francesco, quando è andato oltre in quest’operazione di chiarezza: celebrando con don Luigi Ciotti la giornata della memoria e dell’impegno nel 2014 e indossando la stola sacerdotale di don Peppino Diana; denunciando corrotti e corruttori che con le mafie fanno i loro affari.
Non dimentichiamo Le parole del Papa, quando ha detto : «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore».
Oppure quando ha detto che è «Scandaloso chi dona alla Chiesa ma ruba allo Stato», definendo la vita dei «cristiani e dei preti corrotti» «una putredine verniciata».
Non dimentichiamo la istituzione, nel giugno del 2017, un gruppo di lavoro incaricato di “approfondire a livello internazionale e di dottrina giuridica della Chiesa” la questione della scomunica per corruzione e associazione mafiosa.

Così come non dimentichiamo quanto Ella, Monsignor Montenegro, ha detto nella recente omelia dell’Immacolata quando ha tuonato contro una “la violenza che si chiama mafia e il potere che si chiama massoneria” oppure quando, coraggiosamente, ha negato due volte i funerali ai “boss” mafiosi di Siculiana e Palma di Montechiaro.
L’esatto contrario di una Chiesa, quella del 47 che, mentre chiudeva le porte ai sindacalisti comunisti e socialisti assassinati, sembrava attratta dalle sirene del denaro e del potere, incline ad un confuso sentimento di pietas, che apriva salvifiche crepe all’esibita devozione di corrotti, collusi e mafiosi, che sembrava accettare il mortale abbraccio coi potenti e i mafiosi, ai quali – ovviamente – riconosceva quel sacramento.

La Chiesa che Noi amiamo è quella che riesce a schierarsi dalla parte dei più deboli, non avendo timore di confrontarsi col cambiamento, quella che oggi ci sembra impersonata dall’ Episcopato di Papa Francesco che seguiamo con grande attenzione e che sentiamo davvero vicino.
Per questa ragione pensiamo che le parole di Don Gino Faragone possano e debbano essere le parole di tutta la Chiesa.
Oggi, ad oltre settant’anni da quei fatti la Chiesa potrebbe chiudere quella pagina che l’ha vista lontana dal sentimento comune.
Sarebbe un riconoscimento storico che la farebbe sentire ancora più vicina al sentimento di quanti, familiari delle vittime e società civile organizzata, continuano, tra mille difficoltà, a lavorare ed a produrre iniziative contro le mafie ed i poteri criminali che soffocano lo sviluppo di queste bellissime e martoriate terre.

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