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Le “polpette di creta”, Sciascia e le donne di Racalmuto: misteri e segreti di un cibo ad alto valore culturale

Convitate di diritto alla tavola degli umili e protagonisti della più intrigante festa al femminile inventata dalle donne racalmutesi, “le polpette di creta” piacevano a Leonardo Sciascia?  Sul libro “La “ragione” del cibo” non vi è traccia, ma forse scavando bene tra gli appunti della lunga conversazione con Vito Catalano qualcosa di inedito può aiutarci a gustare qualche nuova verità.

Ma cosa sono le “polpette di crita” e come si intrecciano con la tradizione siciliana? Soprattutto: sono solo una pietanza o anche un modo per vivere l’intensità di un rapporto completo con il territorio e le sue tradizioni?

di Lillo Alaimo Di Loro

Nulla veniva sprecato nella famiglia contadina, e riteniamo complessivamente tra quanti si riferivano alla sua cultura o civiltà. Ogni avanzo di cibo doveva essere valorizzato per facilitare la ricerca giornaliera di un pasto appetitoso e salutare al costo minore possibile. Le polpette di pane, con tutte le sue varianti di stagione: di patate o di melenzane, sono una costante nella quotidianità siciliana dell’era “preindustriale”. La più diffusa versione è certamente la più semplice: acqua, pane, uovo, formaggio, aglio e menta. Un elogio alla semplicità, un monumento all’essenziale. La classica “purpetta di crita”.

La crita, altro non è che l’argilla, la terra sedimentaria plastica e lavorabile da cui nella tradizione siciliana vengono realizzati molti oggetti di uso quotidiano: fiaschi, piatti, deschi, e più diffusamente i canali, le tegole o coppi di argilla cotta, che in ogni paese della Sicilia venivano realizzati da pregiate maestranze dette “canalara” o “stazzunara” essendo lo “stazzuni” il loro laboratorio di produzione.  La crita per i contadini racalmutesi è soprattutto la terra bagnata da abbondante pioggia, che impantana le scarpe e raccomanda implicitamente di non uscire di casa dopo un temporale se non per ragioni strettamente necessarie. Tra queste straordinarie ragioni, almeno per i ragazzi, vi era la ricerca e raccolta delle lumache, nelle variabili di “muntuna”, “babbaluci” e “iudisca”, per i vicini grottesi: “scataddrizzi”. La crita era, tra i contadini, anche un modo dispregiativo per indicare un terreno poco fertile, dove appunto la componente argillosa della sua tessitura, crita, era prevalente sulle altre. Tale terreno veniva definito “luppinu scarsu” o genericamente “tirrenu di pani” a rimarcare comunque la preziosa attitudine dei terreni argillosi a essere coltivati a grano e legumi per garantire a tutti pane e minestra.

Li “purpetta di crita” quindi rappresentano benissimo lo spirito astutamente accomodante della civiltà contadina, nel loro applicare quotidianamente quello che oggi chiareremmo “manuale della sopravvivenza sostenibile”. Ciò premesso, per quanti hanno avuto il privilegio di assaggiarle, bisogna ammettere che al gusto e alla qualità gastronomica delle polpette di “crita”, di certo non è possibile fare alcun appunto.  Tanto che fanno parte di una precisa e tradizionale ricorrenza da queste parti riconosciuta come: giovedì delle comari. Una sorta di festa della donna ante litteram, anche se pare non sia legata ad un evento particolare, come per la festa dell’otto marzo. Pertanto, pur non avendo esattamente appurato l’origine dell’evento, ci piace pensare che le donne di Racalmuto: mogli, mamme e figlie di minatori e contadini di inizio secolo scorso, stanche di attendere i loro mariti dal ritorno dai luoghi di fatica, decisero per una volta di darsi gioioso convegno, consumare genuino svago tutto al femminile tra chiacchiere, pettegolezzi e scambi di opinioni ed esperienze consumando pasti frugali ma di sicura bontà. È in questo significativo contesto che le polpette di “crita” assurgono a ruolo di protagonista della tavola siciliana, seguita successivamente dai cavatelli al sugo di maiale, gli involtini di cotenna, le “sfince” e le immancabili “chiacchiere” che anticipano il carnevale.

Ma tornando a Leonardo Sciascia e alla sua “biografia Gastronomica”, pur avendo motivo di ritenere che lo stesso gradisse la pietanza, perché perfettamente evocativa quantomeno della sua infanzia a Racalmuto, il brano che ne tratta l’argomento venne cassato, in quanto a memoria di suoi strettissimi conviventi non risultava di uso consueto in famiglia. Pertanto, doveroso parve all’autore non insistere più di tanto. Rimane però una squisita traccia in seno alla lunga conversazione a “Casa Noce”, nell’agosto del 2020, in cui si parlò delle “inquisite” polpette, di cui vi è prova inconfutabile che almeno per una volta lo scrittore di Racalmuto si cimentò in una magistrale preparazione del tradizionale piatto da dedicare con tutto il suo grande cuore di nonno ai suoi amati nipoti.

Le “polpette di creta” erano un altro cibo che mio nonno preparava: un pomeriggio di forse più di trentacinque anni fa mio padre e mia madre dovevano andare da qualche parte ed io e mio fratello restammo coi nonni, nella casa di Palermo. Poiché i miei genitori tardavano e noi bambini confessavamo la nostra fame, mio nonno improvvisò la preparazione delle “polpette di creta”.

Mollica di pane nella variante del pane inzuppato con acqua, uova, formaggio e menta. Fritte in olio e aggiunte alla salsa di pomodoro in cottura”.

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