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Festival della Legalità “Collegamenti”: La strada giusta è sempre possibile, con un messaggio di speranza cala il sipario

“Siamo felicissimi della risposta della gente, in tanti hanno provato ad entrare al centro culturale San Domenico nonostante l’overbooking. Grande, grandissimo, il successo ottenuto dal Festival della Legalità-COLLEGAMENTI. E’ stata un’esperienza faticosissima perché le cose belle costano fatica, ma siamo felicissimi del risultato raggiunto e del feedback ottenuto dagli spettatori. Ringrazio chi ha permesso tutto questo, il Comune con il sindaco e l’assessore, ringrazio tutti gli sponsor fra i quali la banca San Francesco”.

Con queste parole il direttore artistico del Festival, Simone Luglio, ha tracciato il bilancio di quella che è stata un’edizione di grandi consensi. E non soltanto da parte di Canicattì.
“Bilancio assolutamente positivo” anche per il sindaco Ettore Di Ventura: “Sono stati 5 giorni intensi, con incontri, workshop, concerti e spettacoli che hanno ravvivato la ‘Settimana della legalità’ a Canicattì. Portiamo con noi un bel ricordo, un grande successo di pubblico e ci auguriamo che tutto ciò possa ripetersi il prossimo anno”. “Enorme il successo riscosso da questa seconda edizione del Festival Collegamenti – ha sottolineato l’assessore comunale Angelo Cuva – . E’ un’iniziativa che vuole crescere. Abbiamo avuto ospiti veramente di altissimo livello, ringraziamo la direzione artistica, tutto lo staff e i volontari che si sono impegnati per la riuscita di ‘Collegamenti’ e hanno realizzato un eccellente lavoro”.
Il Festival si è concluso all’insegna della riflessione, cercando di seminare – nei tantissimi studenti che hanno affollato il cortile del centro culturale e che fino a poco prima avevano ammirato l’auto del giudice Rosario Livatino – la voglia del ‘giusto’ e del riscatto di una terra e di un popolo che, negli ultimi decenni, ha dimostrato di volersi opporre a Cosa Nostra. A testimoniare che si può sempre scegliere, nonostante si cresca “in mezzo a cose terribili”, è stato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci che ha dialogato con gli alunni della scuola media “Giovanni Verga” di Canicattì e con il giornalista Alan Scifo. “Io sono cresciuto assieme a ragazzi di questa città che poi hanno preso strade diametralmente opposte alle mie, alle scuole elementari ero compagno di banco di un ragazzo che poi entrò nella Stiddra e fu ucciso – ha raccontato Paci che, come Livatino, è di Canicattì – . Il fratello del mio compagno di banco è stato uno dei componenti del commando che il 25 settembre del 1988 andò a sparare a Nino Saetta e al figlio. Ma giocavo anche a pallone con uno di coloro che composero il commando che andarono ad uccidere proprio Rosario Livatino. Chi mai poteva immaginare che ragazzi di 13, 14 anni potessero prendere strade così drammaticamente, terribilmente, diverse? Questo è però accaduto a Canicattì – ha sottolineato – dove questo retroterra così tanto difficile da vivere ha, in qualche modo, forgiato non solo la mia personalità, ma anche di tanti altri che in altre professioni, in altri ruoli, partendo da Canicattì, hanno saputo farsi avanti”.
Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria dopo aver lanciato quello che è un messaggio di speranza ha, naturalmente, trattato anche il tema cardine dell’incontro: “Che fine ha fatto la magistratura”: “Ci si può imbattere nel magistrato serio, scrupoloso, che oltre ad essere preparato guarda anche al caso umano e si pone l’obiettivo di tutelare quella persona, riconoscendogli i propri diritti o, se dal caso, sanzionandolo. Ma ci si può trovare di fronte a chi utilizza il proprio lavoro per fini di carriera esclusivamente personale. Dentro l’istituzione magistratura ci sono tante diversificazioni: la magistratura di Borsellino non è la magistratura di Pizzillo che, presidente della Corte di appello di Palermo, si chiamava in stanza Rocco Chinnici per dirgli che Giovanni Falcone non doveva fare le indagini bancarie sui Salvo perché non bisognava disturbare i potenti di turno. Falcone doveva occuparsi, ve lo ripeto testualmente, ‘di puttane e di assegni a vuoto’. Chi ha cercato di utilizzare il potere che la legge e la Costituzione gli assegna per servire un potentato economico, politico o anche mafioso, anche all’interno della magistratura purtroppo c’è sempre stato. Ma abbiamo anche gli ‘anticorpi’ per neutralizzare questo tipo di persone e situazioni che finiscono sempre per essere emarginati”.
La full-immersion su temi scottanti ha poi lasciato spazio a momenti di svago con “Dance me to the end of the world”: una performance di danza e di emozione con il concerto della cantante catanese Rita Botto che è stata accompagnata da Alexandra Dimitrova, Carlo Cattaneo e Giuseppe Finocchiaro.
“Con ‘Dance me to the end of the world’, un riassunto delle 10 ore di workshop, abbiamo provato a riscoprire i nostri corpi, il tatto, l’affetto, sia pur con il rispetto dei protocolli anti-Covid vigenti – ha spiegato Lucia Cammalleri – .
La Ford Fiesta amaranto del giudice Rosario Angelo Livatino, dopo il boom di visite: è arrivata gente d’ogni età e non soltanto dalla provincia per vederla da vicino, è tornata nel garage di Angelo Terrana. Il pensionato di 91 anni e mezzo l’aveva affidata fiduciariamente al capitano Luigi Pacifico che guida la compagnia dei carabinieri Canicattì affinché, per la prima volta dall’omicidio del giudice-beato, venisse esposta in pubblico.

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