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Giovedì 5 Novembre 2026

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La strana storia del distanziometro: da misura volta a contenere ad acceleratore verso il digitale

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Introdotto dalle regioni con l’obiettivo dichiarato di proteggere le persone più vulnerabili, il cosiddetto “distanziometro” ha prodotto un effetto inatteso e controverso: invece di ridurre il fenomeno del gioco, ha contribuito a spostarlo dal circuito fisico a quello online, più difficile da controllare. Stiamo parlando della normativa che imponeva distanze minime tra sale gioco e luoghi sensibili come scuole, ospedali o chiese. Una normativa che, però, è diventata protagonista di una strana storia.

Questo perché le difficoltà applicative sono emerse quasi subito. Stabilire che cosa sia un “luogo sensibile” era facile sulla carta ma si è rivelato complicato nella pratica: edifici polifunzionali che ospitano studi medici, scuole private o ludoteche hanno generato incertezze interpretative, contenziosi legali e una lunga fase di adattamento per gli operatori. Un’incertezza regolatoria che ha alimentato una forte contrazione dell’offerta, aggravata anche dall’impatto della pandemia.

I numeri descrivono la portata del cambiamento: come riporta sul suo blog Giochidislots.com, tra il 2019 e il 2024 sono state chiuse circa 4.000 agenzie, con una riduzione complessiva della raccolta attestata intorno al 12%. Solo nel 2024 si sono perse migliaia di apparecchi e oltre mille esercizi rispetto all’anno precedente. Per molti esercenti, i costi fissi (affitti, personale, manutenzione) hanno reso il modello retail sempre meno sostenibile di fronte a una domanda in calo.

Questa contrazione fisica non ha però coinciso con una diminuzione del gioco complessivo: la domanda si è rapidamente riconvertita verso le piattaforme digitali. A dirlo sono ancora i numeri analizzati da Giochidislots.com: tra il 2019 e il 2024 la raccolta online è cresciuta del 153%, un incremento spinto dall’accessibilità 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, dall’anonimato e da strumenti di engagement che le piattaforme digitali mettono a disposizione. Offerte che il segmento tradizionale non può in alcun modo replicare.

Dietro questa migrazione, però, c’è anche una differenza strutturale dei modelli economici: il retail richiede investimenti ripetuti e soffre di scarsa elasticità dei ricavi rispetto ai costi fissi mentre l’online, beneficia di economie di scala e di costi marginali contenuti. Per gli operatori digitali, crescere in utenti spesso non comporta un aumento proporzionale dei costi, rendendo il canale più appetibile per investitori e imprese.

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Come fa, allora, a riprendersi il settore fisico? Oggi la risposta è affidata soprattutto a due strategie: innanzitutto la transizione verso modelli omnicanale che integrino presenza in loco e servizi digitali, poi in seconda battuta la specializzazione in nicchie di offerta difficilmente replicabili online. A dirla tutta ci sarebbe anche una terza via: quella della dismissione controllata delle attività. Una via che però sarebbe meglio non percorrere, perché la filiera terrestre svolge un ruolo fondamentale di presidio della legalità del comparto gambling.

Quanto alla politica pubblica, alcuni osservatori suggeriscono di ripensare il distanziometro adottando criteri più dinamici, come il controllo della densità di offerta e misure di tutela mirate ai clienti vulnerabili, piuttosto che misure di distanza rigide che finiscono per penalizzare il canale regolamentato e spingere i giocatori verso circuiti meno tracciabili. A confermare la bontà di questa soluzione ci sono degli esempi europei che mostrano come approcci basati sulla gestione della densità e sul rafforzamento dei controlli possano ridurre i rischi senza causare una desertificazione del retail.

Perché alla fine il distanziometro ha messo in luce un dilemma: norme concepite per limitare l’esposizione al gioco hanno intercettato la dimensione spaziale, ma non le dinamiche tecnologiche e di mercato. Ed è qui, allora, che bisogna intervenire.