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Cronaca

Strage Airbus: il mistero del copilota Andras Lubitz

andreas-lubitzIl pilota assassino, così è stato appellato dal procuratore di Marsiglia, Andras Lubitz (in foto), copilota di quel maledetto volo in cui hanno perso la vita 149 persone.

Da ciò che si è evinto dalle scatole nere, Lubitz, approfittando dell’allontanamento del comandante per un bisogno fisiologico, pare che abbia preso il comando dell’Airbus chiudendo la porta della cabina di pilotaggio e decidendo di far schiantare l’aereo sulle Alpi francesi. Vano il tentativo del comandante di sfondare la porta con un ascia; porte, che dopo l’attentato dell’ormai noto e triste 11 settembre, erano state blindate a prova di terrorismo.
Il giorno dopo queste tremende rivelazioni, lo sgomento è palpabile. Un atto deliberato deciso da un solo uomo? Ma cosa si nasconde dietro quell’aria da bravo ragazzo di Lubitz? Si sta passando ai raggi X il passato, la famiglia, del copilota ventottene, che aveva da sempre sognato di volare. Perquisite le due case in cui viveva, e da cui, secondo indiscrezioni, potrebbero emergere dati utili all’inchiesta. Quello che a poche ore dalla rivelazione della presunta dinamica dell’incidente, si sa di quest’uomo, che era considerato tra i migliori della compagnia Lufthansa, è del cosiddetto “buco nero”, della depressione in cui Lubitz era “caduto” circa sei anni fa; una caduta agli inferi da cui probabilmente, nonostante i test psicologici somministrati dalla compagnai e superati brillantemente, non è riuscito mai ad emergere. Nonostante questa “macchia” sulla vita di Lubitz, persino i tabloid più spericolati e cinici come la “Bild” faticano a costruire un profilo da mostro. Almeno, per ora.
Perché un ragazzo tranquillo ha deciso di trascinare nella morte 149 persone? Analizzando la sua breve esistenza non sembrano emergere indizi eclatanti che possano far presagire un gesto così folle. Eseguito, oltretutto, con una freddezza mostruosa. La registrazione audio che gli inquirenti hanno ascoltato e che ha alzato il velo sugli ultimi minuti della tragedia, dimostra che Lubitz non ha mai risposto al tentativo, sempre più disperato, del capitano di rientrare nella cabina di pilotaggio. Soprattutto, fino all’istante dello schianto, anche negli ultimissimi secondi, quando i passeggeri ormai urlavano di terrore, quando il collega gli urlava di aprire la porta, lui continuava a respirare regolarmente. Era calmo.
Dalla sua famiglia, per ora, non arrivano risposte di alcun tipo. E’ molto difficile immaginare il dolore di una famiglia che per due giorni ha pianto un figlio morto tragicamente e ora deve fare i conti con il fatto che quel figlio, probabilmente, era uno mostro dal cuore di ghiaccio.
Diversi sono gli interrogativi che si possono porre in un quadro ancora non totalmente delineato: davvero basta la depressione per decidere di togliere la vita non solo a se stesso ma anche a 149 persone? E’ possibile, probabile, che verrà fuori dell’altro, di qualche altra tessera che entri nel mosaico. Ma è altrettanto probabile che poi con il passare del tempo comincino a fiorire sempre di più le varie teorie alternative: che qualcuno può essersi infiltrato nella cabina al posto del comandante… che qualcuno ha tentato di avvelenare l’intero equipaggio e forse i passeggeri… che qualcuno… anche per questo è importante che la verità emerga complessivamente, totalmente, come ancora francamente non è… D’accordo è stato lui, ma perché?

Marcella Lattuca

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