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Adesso arriva il difficile

La buona notizia è che la campagna elettorale è finita. Non è un qualcosa di poco conto, considerando che l’attuale quotidianità è già contrassegnata da limitazioni alla libertà di spostamento. Poter passeggiare in via Atenea senza nascondersi dietro una mascherina per non essere fermato dall’ennesimo candidato di turno è un sollievo non secondario, specie di questi tempi.

Assodato questo, sull’esito del voto parlano ampiamente i numeri: pochi gli agrigentini andati a votare, molto meno della metà, tra questi è prevalso l’orientamento già visto in occasione del primo turno, ossia accordare la fiducia al neo sindaco Franco Micciché. E l’impressione è che, pur essendo stato eletto in un voto contrassegnato dalla più alta astensione di sempre, il nuovo primo cittadino gode di una buona popolarità.

O, per meglio dire, di una buona fama. Al netto infatti delle divergenze di opinioni o di perplessità di natura politica, in città Micciché ha una buona reputazione. Si parla del nuovo sindaco come di una brava persona, perbene e vicina alle istanze del cittadino “comune”. La carta vincente, sua e della coalizione alle sue spalle, è stata forse questa: presentarsi come uno che non stacca mai le chiamate, sempre disponibile e mai “distaccato”.

Paradossalmente però, adesso che avrà addosso la fascia tricolore, Micciché dovrà fare tutto il contrario. Avere la nomina di brava persona ad Agrigento, specialmente tra le stanze del comune, non sempre è un vantaggio. Anzi, a volte corrisponde a una vera e propria sciagura. Difficile per una brava persona non prendersi dispiaceri, “colari” per dirla in siciliano, una volta messo piede a palazzo dei Giganti.

Anche perché lì dentro si è abituati a pensare che sindaci e assessori vanno e vengono, mentre impiegati e funzionari di ogni ordine e grado restano fino alla pensione. E i rapporti di forza tra tecnici e amministratori si ribaltano completamente. In un simile contesto, apparire come brava e disponibile persona potrebbe paradossalmente trasformarsi in un segnale di debolezza.

Vengono in mente le parole che alcuni anni fa un ex dipendente del comune ha sibilato a microfoni spenti: “La prima cosa che un sindaco deve fare ad Agrigento è sigillare la sua porta, far capire chi comanda e chi prende le decisioni. Perché ogni giorno bussano in tanti e tutti chiedono ogni sorta di favore: dal cambiamento del senso di marcia della propria traversa alla potatura di un albero davanti il proprio cancello”. Un equilibrio non semplice da trovare, considerando che l’uscente Firetto ha letteralmente sbarrato il corridoio del secondo piano una volta insediatosi e forse per questo tipo di rapporto con la città oggi non è riuscito a riconfermarsi.

Il compito che aspetta Micciché non è certo tra i più semplici. Anche perché c’è un’altra incognita da valutare, ossia il peso della maxi coalizione che lo ha sostenuto. Una delle sfide del neo sindaco sarà quella di dimostrare autonomia di azione politica rispetto ai partiti che lo hanno candidato e con cui si è apparentato al secondo turno. Già in passato gli agrigentini non hanno perdonato progetti politici troppo agganciati alle coalizioni: il fallimento di Aldo Piazza, la sconfitta nel 2007 di Enzo Camilleri (contro un Zambuto non a caso presentatosi con lo slogan “La città al di sopra dei partiti”) e nel 2012 di Salvatore Pennica lo hanno ben dimostrato.

Dopo i brindisi adesso per Micciché arriverà il momento del governo e, con esso, il momento anche di gestire con cura quella fama di “brava persona” che è stata delizia in campagna elettorale e potrebbe diventare croce dopo il giuramento.

Mauro Indelicato

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