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Favara si ferma per Marianna Bello: l’ultimo abbraccio di una comunità ferita

Una città intera si è stretta, ancora una volta, nel dolore. Nella giornata di ieri Favara ha dato l’ultimo saluto a Marianna Bello, la giovane madre di 38 anni scomparsa durante la tragica alluvione del 1° ottobre e ritrovata senza vita venti giorni dopo, nella zona di Cannatello.

Il feretro di Marianna, portato a spalla in un silenzio denso di commozione, è stato accolto davanti alla Chiesa Madre da una folla commossa: familiari, amici, conoscenti, ma anche tanti cittadini che in questi venti giorni avevano condiviso l’angoscia e la speranza di un intero paese.

A celebrare le esequie è stato l’arcivescovo di Agrigento, Alessandro Damiano, che durante l’omelia non ha nascosto la propria emozione, ricordando i tre figli piccoli di Marianna e la profonda ferita che la tragedia ha lasciato nella comunità. «Il dolore di questa famiglia – ha detto il prelato – è il dolore di tutti noi. In questi giorni Favara ha pregato, ha sperato, ha sofferto insieme, e questo è il segno di una comunità viva e solidale».

Il Sindaco di Favara, Antonio Palumbo ha scritto un messaggio sui social: “Tutta Favara, anzi direi l’Italia intera, hanno pianto Marianna. Oggi si è potuto dirle addio, in un grande abbraccio commosso che ha cinto una famiglia distrutta che è stata però esempio di compostezza, dignità e coraggio in questi lunghi 19 giorni.
Da sindaco, da favarese, da uomo, non posso che essere per sempre grato ai tanti che si sono prodigati in queste settimane. Le istituzioni, innanzitutto: il Prefetto Salvatore Caccamo, il Questore Tommaso Palumbo, il comandante provinciale dei carabinieri Nicola De Tullio, il comandante dei vigili del fuoco Calogero Barbera e il procuratore capo di Agrigento Giovanni Di Leo; il dirigente della Protezione civile regionale Salvo Cocina, il comandante regionale dei vigili del fuoco Michele Burgio. Grazie all’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano per le parole pronunciate oggi. Grazie ai tanti colleghi sindaci che hanno voluto manifestare vicinanza alla comunità. Grazie al luogotenente Paolino Scibetta per il coraggio e la determinazione dimostrata fin dal primo momento.
Voglio ancor di più ringraziare tutti coloro che in questi 19 giorni hanno cercato Marianna come se fosse la propria figlia o la propria sorella. I vigili del fuoco, innanzitutto, che senza paura e senza mai cedere di un centimetro, hanno battuto palmo a palmo il territorio, partecipando alle ricerche senza sentire fatica e senza mai cedere alla rassegnazione. Hanno lavorato ben oltre quanto era loro chiesto di fare, gettando il cuore oltre ogni ostacolo. Molti di loro, il giorno del ritrovamento, piangevano lacrime sentite di rabbia e commozione.
Grazie ai tanti volontari che si sono fin da subito prodigati, agli uomini e alle donne della protezione civile regionale e provinciali guidati sul territorio dai funzionari Olimpia Campo e Marzio Tuttolomondo e alle associazioni che hanno operato, ma anche ai tanti favaresi che hanno fatto sentire il proprio supporto ai soccorritori, portando loro cibo, caffè o anche solo una parola di conforto.
E infine grazie alla mia squadra di assessori e, soprattutto, a mia moglie Enza, che è stata al mio fianco ogni giorno e senza la quale, forse, non avrei trovato la forza di andare avanti”.

Tra i banchi della chiesa dedicata a Maria Assunta, la commozione era palpabile. Presenti anche i soccorritori – vigili del fuoco, forze dell’ordine e volontari della Protezione civile – che avevano partecipato instancabilmente alle ricerche, offrendo non solo competenza ma anche conforto e vicinanza ai familiari della donna.

Al funerale hanno preso parte inoltre numerosi sindaci dei Comuni agrigentini, uniti nel cordoglio e nel sostegno al primo cittadino di Favara, Antonio Palumbo, che in queste settimane non ha mai lasciato i luoghi delle ricerche. Assente per impegni istituzionali il prefetto di Agrigento, che ha inviato un proprio delegato.

Al termine della cerimonia, l’uscita del feretro è stata salutata da un lungo applauso e dal volo di un rosario di palloncini, simbolo di fede e speranza, che si è levato in cielo accompagnato dalle lacrime dei presenti.

Questa l’omelia dell’arcivescovo Alessandro Damiano:

“«Dal profondo a te grido, o Signore!». Chissà quante volte, in questi venti giorni,
questo grido si è alzato dalla terra fino al cielo. È stato il grido dei familiari e degli
amici di Marianna, mentre speravano di poterla riabbracciare o almeno di potere
riavere il suo corpo. È stato il grido dei tanti, tantissimi, che l’hanno cercata, senza
badare a rischi e fatiche, per tentare l’impossibile. È stato il grido di tutti noi, che con
loro abbiamo sperato fino alla fine. E alla fine, di fronte a questo epilogo che nessuno
avrebbe mai voluto, sicuramente in tanti, forse tutti, almeno per un momento,
abbiamo pensato che Dio quel grido non lo abbia ascoltato.
Oggi però Dio quel grido ce lo restituisce, non come una semplice parola umana,
ma come una parola umana che lui ha fatto sua. Quel grido diventato salmo – e
dunque Parola di Dio – è la sua misteriosa risposta al nostro dolore: lui era là. Era con
Marianna e non l’ha lasciata sola un solo istante. Era con lei quando la paura l’ha
spinta a tentare di mettersi in salvo – come tutti avremmo fatto al suo posto – senza
rendersi conto del pericolo a cui andava incontro. Era con lei quando la furia della
natura, sottoposta a sconvolgimenti climatici che sfuggono alle nostre previsioni e al
nostro controllo, l’ha travolta senza lasciarle scampo. Era con lei a consolare la sua
anima mentre lasciava questo mondo e a vegliare sul suo corpo in attesa che fosse
ritrovato. Era là, quando umanamente non c’è stato più niente da fare e per lei è
arrivato il momento di entrare nella vita eterna, dove adesso continua a vivere e dove
un giorno potremo ritrovarla e riabbracciarla.
Il nostro grido, che Dio raccoglie e fa suo, la Parola che abbiamo ascoltato ce lo
riconsegna come un grido di dolore e, insieme, di speranza. Per il Signore la nostra
vita è più preziosa di quanto non lo sia per noi stessi, e, quando tutto sembra finire,
lui sa come farlo ricominciare. Tuttavia lo fa in un modo che ai nostri occhi, limitati a
questa vita terrena e vincolati alle aspettative umane, resta incomprensibile. E allora
quel grido diventa un gemito silenzioso, che parte dall’intimo di ognuno di noi e
abbraccia l’intera creazione. Ma sta a noi decidere di cosa riempire questo gemito.
Lo possiamo vivere, infatti, come il gemito della sconfitta, lasciandoci logorare dalla
sofferenza che la vita ci riserva e cedendo alla rassegnazione di non poterci più
rialzare; oppure lo possiamo trasformare nel gemito dell’attesa, facendo tesoro di
tutto il bene che la vita ci offre e aprendoci alla fiducia di potercela ancora fare.
Oggi lo dobbiamo a Marianna, perché il suo ricordo produca frutti buoni, che
maturino per la vita eterna nella quale ci ha preceduti. Lo dobbiamo ai suoi sogni di
moglie e di mamma, che non si possono spegnere con la sua morte, ma devono
generare ancora futuro e bellezza. Lo dobbiamo alle sue premure di figlia, di sorella e
di amica, che devono suscitare impegno da parte di tutti e nei confronti di tutti.
Il suo corpo, che tanto abbiamo cercato perché non andasse perduto, sia per i suoi
cari e per tutta la nostra comunità il segno della speranza che risale dall’abisso del
dolore e della morte. Sia il segno della bontà di Dio verso i suoi figli, che Gesù ci ha
manifestato dicendoci ancora una volta: «questa è la volontà di colui che mi ha
mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti
nell’ultimo giorno». Sia il segno dell’amore fraterno, che non può darsi pace fino a
quando non riesce a recuperare tutto ciò che, abbandonato a se stesso, rischia di
perdersi per sempre.
Questo corpo ritrovato, destinato a restare impresso nella nostra memoria, ci richiami
al valore di tutte quelle cose che in questi venti giorni di ricerca ci ha fatto provare e
che dobbiamo imparare a custodire, perché il nostro grido, divenuto gemito
silenzioso, si traduca nel gemito dell’attesa piuttosto che in quello della sconfitta.
In questi giorni ci siamo sentiti tutti vulnerabili come Marianna, perché chiunque di
noi e dei nostri cari si sarebbe potuto trovare là, in quel posto sbagliato e in quel
momento sbagliato. E ci siamo sentiti vicini ai suoi tre bambini – Gresia, Domenico e
Azzurra – e al marito Renato, ai genitori – Domenico e Maria – e alle sorelle, di cui –
pur nel rispetto di un dolore così intimo – abbiamo condiviso l’angoscia dell’attesa.
Questo corpo ritrovato, allora, ci richiami innanzitutto al valore della vita, che è
sacra e inviolabile e richiede compassione, attenzione e cura, non solo quando si
trova in condizioni disperate, ma sempre e comunque, al di là di ogni tentazione di
indifferenza e di superficialità. Ci richiami al valore dei legami fraterni, che ci devono
unire tutti come in un solo corpo, che non ammetta divisioni e non tolleri contese.
E in questi giorni – lo dobbiamo riconoscere – abbiamo visto tutt’altro che apatia e
lontananza. Abbiamo visto un enorme dispiegamento di forze, che si sono unite e si
sono adoperate senza badare a interessi, appartenenze e profitti, con il solo scopo di
riportare a casa Marianna o quanto meno di poterne restituire il corpo alla famiglia.
Questo corpo ritrovato, dunque, ci richiami anche al valore della solidarietà
universale, della responsabilità collettiva e dell’impegno comune, perché i problemi
di uno diventino i problemi di tutti e principalmente perché i problemi, anziché dover
essere risolti, possano essere prevenuti.
Ma in questi giorni, purtroppo, abbiamo avuto rabbia per una tragedia che si poteva
evitare e continuiamo ad avere paura che si possa ripetere ancora. È vero, gli
incidenti sono tali perché accadono contro la nostra volontà e senza una nostra scelta
consapevole, soprattutto quando sono dovuti a eventi naturali imprevedibili e
incontrollabili, ma è lecito e doveroso reclamare maggiori garanzie di sicurezza.
Questo corpo ritrovato, pertanto, ci richiami infine al valore di una giustizia che sia
efficace in tal senso e che lo sia per tutti: non una giustizia ridotta a vendetta,
preoccupata unicamente di punire eventuali colpevoli, ma una giustizia elevata a
promozione umana e sociale, capace di riparare possibili lacune e favorire
un’esistenza più dignitosa e serena. Se riusciremo a recuperare questi valori a cui il
corpo ritrovato di Marianna ci richiama, il nostro grido, divenuto gemito silenzioso e
tradotto nel gemito dell’attesa, sfocerà nel canto della Pasqua. E quel canto, a cui lei
già partecipa con il suo corpo ormai trasfigurato, piano piano lenirà il nostro dolore e
riaccenderà la nostra speranza”.