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Regioni ed Enti Locali

Porta dei Saccajoli a rischio crollo: quando Agrigento viene dimenticata da tutti

saccajoliSono oramai lontani i tempi in cui i privati amavano la città; i tempi in cui si facevano Fondazioni per salvare Agrigento da un tracollo socio culturale che oggi la porta ad essere una delle terre più dannate d’Italia (per non dire del mondo).
Correva l’anno 2012, periodo in cui si concludeva un’esperienza politica comunale, che a detta di alcuni, era considerata una delle più fallimentari dell’ultimo ventennio agrigentino. Il cambiamento sperato, ed atteso, dell’ex sindaco Marco Zambuto, sembrava non avere attecchito nel cuore degli agrigentini; 5 anni di (dis)amministrazione che avevano quasi fatto sperare in un cambiamento della classe politica locale. Per tutti, la prima amministrazione Zambuto era considerata un vero e proprio fallimento. Tutte le forze politiche sembravano addirittura prendere le distanze e proponevano un rinnovamento.

Quel rinnovamento che in quei mesi portava il nome di Salvatore Moncada. Un imprenditore brillante che, soprattutto in quegli anni, era considerato il re dell’eolico in Sicilia. Chi meglio di lui poteva prendere in mano le redini di una situazione al tracollo. Destra, sinistra, centro e forze civiche facevano di tutto per accaparrarsi l’icona di quello che sembrava essere il “salvatore” della patria.

Ed allora ecco che reduce dai successi imprenditoriali, Agrigento venne tappezzata di manifesti che proponevano una “svolta”: “Salvare Agrigento…” si leggeva in quei cosiddetti “6×3” che lasciavano il mistero su cosa potessero realmente indicare. Da lì a poco si annunciò la creazione di una Fondazione: “AGire Insieme” che proponeva di fare Agrigento una città innovativa, moderna, trasparente, equilibrata. Nobili propositi che inizialmente attecchirono nel cuore dei più buoni, ma che per qualcuno celava dietro un fine diverso. Ed infatti poco dopo venne fuori il nome di Salvatore Moncada come possibile candidato sindaco della città. La Fondazione effettivamente per i primi mesi si occupò di iniziative sociali e culturali, proponendo progetti che nei fatti dovevano dare una nuova veste alla città; ma pian piano qualcosa iniziò ad affievolirsi e con esso l’amore spassionato e disinteressato per Agrigento. I motivi di questo “disamoramento” non sono ancora oggi noti, ma certamente se di “vero” amore doveva trattarsi, con il senno di poi quello per Agrigento è definibile ad una mera conoscenza.

La storia la conosciamo tutti: Moncada non venne candidato (…o preferiamo dire non diede la propria disponibilità) e Zambuto, nonostante le critiche e le accuse, venne rieletto a furor di popolo.
Da quel momento in poi si inaugurò una stagione di collaborazione fra il Comune e la Fondazione “AGire Insieme” che portò a qualche piccolo risultato. Fra tutti ricordiamo il puntellamento della Porta dei Saccajoli (l’arco ogivale della storica porta del XIV secolo). Uno scorcio di una delle bellezze di Agrigento che purtroppo l’incuria e l’abbandono avevano portato ad un rischio crollo che fu evitato grazie all’intervento della Fondazione di Salvatore Moncada. Un intervento urgente che però doveva essere propedeutico ad uno più consistente e definitivo grazie alla collaborazione degli enti preposti (Comune, Soprintendenza, Genio civile ecc…) parte attiva di un processo di salvaguardia dei beni architettonici della città.

Tutto sembrava essere rimandato al progetto più consistente di ampliamento della via Empedocle che, grazie al finanziamento di circa 3milioni e 200mila euro doveva servire a mettere in sicurezza l’intera zona.
Da allora, dopo l’intervento della Fondazione, nulla è stato fatto, relegando nei fatti uno dei più significativi beni architettonici della città ad un annunciata fine. Insieme a quei ruderi infatti oggi sono rimaste solo delle transenne che delimitano l’area.

E sull’allarme crollo pochi giorni fa anche l’associazione ambientalista MareAmico è intervenuta per denunciare il rischio, nonostante l’enorme valore storico.

Se l’amore per Agrigento è questo allora capiamo perché ancora oggi è l’ultima provincia d’Italia.

Francescochristian Schembri
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