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Agrigento, commemorazione defunti a Piano Gatta. Montenegro ricorda i “fratelli immigrati sepolti” – FOTO

4Dopo l’omelia tenuta dall’arcivescovo di Agrigento, il cardinale Francesco Montenegro, stamani al cimitero “Bonamorone”, oggi pomeriggio il particolare ricordo al cimitero di “Piano Gatta” ai fratelli migranti morti durante le traversate della speranza.

Dopo aver celebrato la solennità di tutti i Santi, oggi la Chiesa ci invita a ricordare e a pregare per i nostri fratelli defunti. Per quanti abbiamo conosciuto e ci sono cari, ai quali va il nostro affetto e la nostra gratitudine, e per quanti non abbiamo conosciuto e che nessuno ricorda, penso in questo momento ai molti fratelli immigrati sepolti in questo cimitero e nei cimiteri della nostra provincia o a quanti sono morti nel deserto o sono annegati nel nostro mare, dei quali conosciamo solo la tragedia che li ha colpiti.
In un giorno come questo il pensiero va alla morte, ma la fede ci invita a farlo senza dimenticare la vita.
Vivere è una linea, per alcuni lunga per altri breve, che unisce la nascita e la morte. I due anelli della catena tenuta ai capi da Dio: sono cioè i due modi diversi di essere in Lui. Vivere in fondo è nascere continuamente e nello stesso tempo morire un po’ alla volta. Nonostante tentiamo di esorcizzare la morte, come se il farlo o non pensarla alleggerisse l’esperienza quotidiana e alleviasse il dolore, essa, vuoi o non vuoi, rimane sempre davanti a noi. Nonostante non ci piaccia, la luce della fede però le dà quel senso che riesce a riempire la vita stessa di senso. La morte, considerata nemica che fa paura, riesce a proiettare luce nel nostro vivere. Se non fosse così, lo stesso nascere, come ha detto Leopardi, sarebbe una cosa funesta e, io aggiungo, se non fosse così la morte sarebbe una tragedia. Anzi tutta la vita sarebbe una disgrazia!
La fede trasforma il nascere e il morire da enigma a mistero: enigma è ciò che è senza soluzione, mistero è possibilità di entrare in qualcosa che c’è ed è più grande. È entrare nel mistero di Dio e rendersi conto che tutto è nelle sue mani. È credere che Egli dirige ogni cosa verso il bene. È credere, appunto, che il mistero della morte è legato a quello della vita. Per cui non possiamo interrogarci sulla morte se non ci interroghiamo sulla vita. Gesù ha detto: “Io vado dove voi, ora, non potete venire. Vado a prepararvi un posto, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14,2-3). A questo punto forse abbiamo bisogno di ricordare che credere non è tanto sapere la dottrina, o come diciamo noi, le cose di Dio, ma avere la certezza che il Dio di Gesù “non è il Dio dei morti, ma dei vivi” (Lc 20,38).
Tutto questo non cancella che la morte non sia una frattura, un allontanamento, una realtà che sconvolge i piani e lascia vuoti difficili spesso da colmare. Una donna ormai prossima alla morte ha dettol: “Ho rivisto tutta la mia vita. Ormai non ha più importanza se davanti a me ci saranno due giorni, venti o duecento, perché ormai sarò sempre con tutti. Sono contenta di aver vissuta la mia vita, così come sono contenta ora di andarmene. Andarsene ad un certo momento è segno di rispetto, di buona educazione e di fiducia verso coloro che rimangono. Abbiamo bisogno di allargare gli orizzonti, anche se questo è sempre una violenza per chi crede di dover rimanere chiuso nel proprio orizzonte”. E salutava chi le stava vicino con queste parole: “Che la tua vita rimanga una luce”.
Ed è incontro alla luce che si va, quando si supera l’uscio di questa vita per arrivare all’altra riva e incontrare le braccia aperte di Dio. Lì ci aspetteremo e ci incontreremo tutti senza differenze, perché là Dio ci attende per la grande festa. La vita è un viaggio verso la felicità eterna tanto è vero che la conclusione del viaggio terreno è paragonato da Gesù a un banchetto nuziale, segno di un amore grande ed eterno, è l’amore. Comprendete perché è importante vivere bene!
Gesù ci guiderà, come ha fatto coi nostri cari, al banchetto della gioia, e ci chiederà di non rifiutarlo, come hanno fatto gli uomini della parabola. Ricordate il re che invitò i suoi amici e si sentì dire di no perchè avevano altre incombenze da portare avanti. Gesù ci invita con amore, – la Croce può farci capire quanto è forte – perché sa quanto sia facile la tentazione di perderci nel labirinto, delle tante occupazioni di questo mondo che, forse senza neppure accorgerci, rallentano, se non addirittura bloccano, il cammino della vita. Ricordate l’invitato che non mise l’abito della festa. Con quell’atteggiamento di indifferenza e non curanza fu lui stesso ad escludersi dal banchetto.
Camminiamo perciò con la speranza del cuore verso il traguardo finale; ce lo chiede Gesù. Quell’incontro sarà così importante da meritare un vestito bello, come avviene quaggiù. La nostra vita sarà buona – riuscita – se alla sua fine ci permetterà di trovarci questo abito bello, se ci libererà dal brutto che c’è in essa. Dio ci aiuta a trasformarla e ci propone una vita da re, ma lo farà se glielo permettiamo.
Ecco perché Paolo parlando della morte dice che morire è essere con Cristo, è essere uniti a Lui stretti da un legame d’amore. E ciò è qualcosa di così grande da fargli dire: ”Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore” (2 Cor 5,8).
Con questi sentimenti viviamo questo giorno particolare che, nonostante sia velato di ricordi e nostalgie, ci fa continuare a guardare il cielo così come abbiamo fatto ieri ricordando i Santi. Questa giornata non solo non offusca la luce del Paradiso che ieri abbiamo ricordato, ma la fa continuare e la fa sentire come come nostra e dei nostri cari. Preghiamo per loro, preghiamo per noi. Maria ai piedi della croce sia nostra compagna di viaggio“.

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